Prima della scoperta delle isole capoverdiane da parte dei portoghesi,
nel 1444, per avvistamento da parte del navigatore
Vincente de Lopes, inviato dal principe del Portogallo Enrico
il Navigatore (1394-1460), altri popoli conobbero e abitarono
queste terre.
Si hanno notizie dei fenici, dei romani
e degli arabi che, nell’ XI secolo probabilmente
già barattavano il sale marino dell’Oceano Atlantico
con l’oro nei mercati del Medio Oriente.
Attraverso, inoltre, una traduzione greca di uno scritto punico
(V secolo a.C.) intitolato il “Periplo di Annone il Cartaginese”,
opera dello stesso navigatore Annone, si ha testimonianza dell’individuazione,
durante un viaggio lungo la costa occidentale d’Africa,
di diverse terre tra cui le “Esperidi”, ovvero le
oggi isole di Capo Verde.
Annone, infatti, spintosi
oltre le Colonne d’Ercole, con 60 navigli, per “edificare”
città fenicie in terra d’Africa, ad esse fece riferimento,
come recitato da una traduzione ottocentesca del brano in greco
a noi giunto, appellandole: “monti grandissimi e pieni di
alberi, i legni dei quali erano odoriferi e di vari colori”.
Nel 1496, due italiani,
un mercante veneziano ed uno genovese, Alvise Cadamosto e Antoniotto
Usodimare, diretti verso le coste occidentali dell’Africa,
a causa di una tempesta, furono spinti verso Capo Verde.
Anch’essi descrissero queste terre come luoghi ricchi di
vegetazione: “isole coperte da numerosi alberi verdi,
belli, grandi che crescono lungo la spiaggia come volessero abbeverarsi
all’acqua dell’Oceano…”
Capo Verde, però, oggi porta segni marcati
del disboscamento umano avvenuto nei secoli, per cui gran parte
del territorio, desertico, brullo e assolato soffre oggi la siccità
e periodi di carestia.
Le prime isole ad essere visitate furono Maio, Santiago e Fogo nel
1460, dal portoghese Diogo Gomes
e dall’italiano Antonio da Noli. Essi, durante
il regno del portoghese Alfonso V, detto l’Africano, e al
soldo di Enrico il Navigatore, andarono per mare per due giorni
ed una notte…
La prima città europea sub-sahariana fu Ribeira Grande di
Capo Verde, fig.1 e 2, (oggi Ciudade Velha) nell’isola di
Santiago, dove furono portati coloni genovesi e portoghesi.

Fig.1 Il vallone verdeggiante di Ribeira
Grande, facilmente accessibile dal mare.

Fig. 2 La zona costiera di Ribeira Grande
Furono impiantate coltivazioni, specialmente tropicali, e fu
incrementato l’allevamento. I lavoratori in realtà
erano schiavi neri importati dalla vicina Guinea, sotto concessione
di Alfonso V.
Nel 1493, l’anno successivo al ritorno
di Colombo dal Nuovo Mondo, il re Giovanni del Portogallo propose
al re Ferdinando ed alla regina Isabella di Castiglia un trattato
per spartirsi le terre che si trovavano nell’Oceano Atlantico.
Fu stabilito un confine che correva da nord a sud e che suddivideva
i possedimenti in spagnoli, ad ovest e portoghesi, ad est. Tale
demarcazione fu detta “Linea alessandrina” poiché
fu ratificata da papa Alessandro VI con la bolla “Inter
caetera” il 4/05/1493. La linea passava a circa 483
Km ad ovest delle Azzorre e delle isole di Capoverde.
L’annessione ufficiale al Portogallo avvenne nel 1495
e, da quel momento, le isole di Capoverde divennero per i “lusitani”
una risorsa fondamentale di materie prime e alimenti.
La prosperità di queste colonie dipese dalla loro favorevole
posizione geografica ma anche dal sudore degli schiavi.
Esse hanno sempre rappresentato
uno scalo ideale sia per le navi provenienti dal Portogallo e
dirette verso le coste occidentali dell’Africa che per quelle
provenienti dall’ Africa e dirette verso l’Europa
e il Nuovo Mondo.
In questo modo, la rotta principale della tratta degli schiavi
africani prevedeva scalo a Capoverde, principalmente sull’isola
di Santiago, per la selezione e la vendita degli individui più
idonei e il proseguimento per le Americhe (soprattutto Caraibi
e Brasile) o per l’Europa.
Il commercio di schiavi africani prese il nome di “commercio
triangolare”. Esso si serviva, come moneta di scambio per
l’acquisto di schiavi in Guinea, di tessuti di cotone pregiato
fabbricati da schiavi residenti a Capoverde e ricavava, per il
sostentamento delle stesse isole e della loro Madrepatria, prodotti
agricoli dalle Americhe, introvabili in Europa, in cambio degli
schiavi.
La città protagonista di questo commercio umano fu Ribeira
Grande, allora capitale dell’isola di Santiago, dove rimangono
ancora oggi alcune testimonianze dell’accaduto, tra cui
una gogna (o Pelourinho), situata di fronte il Municipio, fig.3,
alla quale venivano incatenati e mostrati gli schiavi per la vendita,
e una zona di piccole case della Ciudade Velha, oggi ristrutturata
e dichiarata e Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’Unesco,
fig. 4. Molti schiavi morivano, mentre pochi riuscivano a scappare
fra le montagne.

Fig.3 “O pelourinho”, la
gogna, situata nel piazzale di Praça Velha.

Fig.4 Rua de Banana, luogo di abitazione
dei grandi
proprietari terrieri di Santiago e Fogo.
Agli schiavi si affiancavano, nel XVI secolo, individui liberi
provenienti dai gruppi senegalesi Mandingo, Uolof e Fulani
e gli agiati coloni, questi ultimi risiedenti all’interno
di grandi proprietà terriere (in creolo Morgadios), presenti
a Santiago e a Fogo.
Oltre alle periodiche siccità e carestie, alle quali le
risposte del Portogallo risultavano sempre poco consistenti, anche
le invasioni di cavallette e gli attacchi dei pirati (inglesi,
olandesi e francesi) resero sempre abbastanza difficoltosa la
sopravvivenza dei capoverdiani. A scopo difensivo furono infatti
costruite delle fortezze, fig.5.
I pirati, inoltre, portarono, con i loro continui saccheggi, alla
sostituzione della vecchia capitale, Ribeira Grande, con l’odierna
capitale Praia, posizionata su un altopiano costiero e, quindi,
naturalmente più riparata dagli attacchi dal mare.

Fig.5 Fortezza portoghese nell’isola
di Santiago da cui si domina la valle di Ribeira Grande.
Allo scopo di non disperdere le ricchezze capoverdiane e di non
permettere alcuna indipendenza economica dell’arcipelago
dalla Madrepatria, nel 1687, il Portogallo, con
un decreto reale, vietò agli artigiani schiavi, pena la
morte, di vendere agli stranieri i bei tessuti a disegni geometrici.
Nel 1700, inoltre, furono istituite a Lisbona
le “Compagnie Pombaline” che acquisirono il monopolio
per il commercio estero delle isole.
A quel punto i capoverdiani, privati di ogni fonte di reddito
legale, dovettero indirizzarsi verso il contrabbando per mezzo
delle navi straniere, principalmente americane, tramite le quali
stabilirono i primi contatti con le Americhe e innescarono le
loro successive emigrazioni verso gli Stati Uniti.
Pur andando incontro ad una vita migliore, l’emigrato soffriva
la distanza dalla sua Terra e dagli affetti e il suo stato d’animo
triste e nostalgico, in creolo morabeza,, traspariva dalle diverse
forme culturali (musica, letteratura…) che si andavano sviluppando
sotto il dominio portoghese.
Nel 1800 nacquero più rivolte contro le
autorità portoghesi per l’ottenimento di maggiore
autonomia e di tasse meno pesanti.
Nel 1838 già si navigava a carbone e a
Mindelo, oggi capoluogo dell’isola di São Vincente,
furono costruiti dei grandi depositi di tale carburante, per cui
essa divenne meta e succursale di diverse società inglesi
e scozzesi, fra cui la East India Company e la Royal Mail Company.
Il porto di Mindelo, grazie principalmente ad attività
inglesi, fu tra i più trafficati dell’Africa occidentale.
Al “periodo d’oro del carbone” seguì
un periodo meno florido dovuto alla sostituzione del carbone con
la nafta, per cui nacquero nuovi depositi e scali concorrenziali
a Dakar (capitale del Senegal) e a Las Palmas (nelle Canarie).
Nel 1875, inoltre, con l’abolizione ufficiale
della schiavitù, Capoverde, priva della mano d’opera
su cui, fino ad allora, si era basata la sua economia, cominciò
ad impoverirsi ulteriormente.
I circa 300 proprietari, a quei tempi presenti sulle isole, cercarono
di re-impiegare gli ex-schiavi come operai, facendoli lavorare
con il sistema della mezzadria (in creolo parceira).
I mezzadri, lavoravano con un contratto triennale pur potendo
essere cacciati in qualunque momento ed usufruivano della metà
del raccolto annuale lavorando gratuitamente per il proprietario
per un certo numero di giorni all’anno. Per legge, finalmente,
non potevano più essere né venduti né comprati.
Anche i proprietari gradualmente si impoverivano, non ricevendo
più introti dalla vendita degli schiavi e durante le carestie
si ritrovavano addirittura a non potere sostenere i loro operai.
Capoverde subì in questo contesto un periodo di abbandono
durante il quale, soltanto lo sviluppo dei collegamenti aerei
internazionali, lasciava prevedere possibili sviluppi futuri.
Una data molto importante per Capoverde, che segna l’inizio
di una forte presa di coscienza nazionale, è il 1935,
anno in cui tre intellettuali, Baltasar Lopes, Manuel Lopes e
Jorge Barbosa, fondarono a Mindelo il movimento culturale “Claridade”
e la rivista omonima.
I claridosos, seguaci del suddetto movimento, esprimevano la sempre
più forte necessità del cittadino capoverdiano di
affrancarsi dalle oramai secolari influenze portoghesi. Spinti
da un forte orgoglio nazionale, presero spunto da temi sofferti
dalla maggioranza della popolazione, quali l’emigrazione,
le difficoltà climatiche, le scarsezze alimentari dovute
a lunghi periodi di siccità…
Dalla Claridade nasceranno, successivamente all’ottenimento
dell’indipendenza, diverse forme di letteratura post-coloniale
Infine, in seguito alle lotte di indipendenza (1960), i portoghesi
si decisero a costruire delle strade e investirono dei fondi per
la lotta contro l’erosione del terreno oramai disboscato
e arido.
Nel 1956 fu fondato il P.A.I.G.C.V., ovvero il
“Partido Africano da Independencia da Guiné Cabo
Verde” nella Guinea Bissau, per mano di A. Cabral, guineense
figlio di capoverdiani.
Fra i suoi seguaci, successivamente, Aristide Pereira divenne
il primo presidente di Capo Verde.
Lo scopo del P.A.I.G.C.V. era quello di unire le forze di due
colonie per raggiungere l’indipendenza dal Portogallo, con
l’accordo di scindere successivamente in governi autonomi,
sotto lo stesso partito, Capoverde e Guinea.
Nel 1973 estremisti guineensi, probabilmente,
uccisero Cabral.
In seguito alla rivoluzione dei garofani (25/04/1974), scoppiata
in Portogallo una anno dopo la morte di Cabral, e conclusasi con
la fine della dittatura di Marcelo Caetano, si instaurò
nella Madrepatria e nelle due colonie un governo transitorio.
Il 5 luglio del 1975, ricordato annualmente con
una festa nazionale, fu ottenuta infine l’indipendenza di
Capo Verde dal colonialismo del Portogallo, durato per ben cinque
secoli. Si instaurò un regime marxista a partito unico,
sotto l’egida di Aristide Pereira.
Nel 1980 fu creata la Costituzione che negli
anni subì diverse revisioni, tra cui l’ultima nel
1999.
Nel 1981, estremisti guineensi, con un colpo
di stato, misero fine al P.A.I.G.C.V e a Capoverde nacque il P.A.I.C.V.
(Partito africano per l’indipendenza di Capo Verde).
Nel 1991, in seguito ad elezioni, salì
al Governo il partito riformista Movimento Para a Democrazia (M.P.D.)
che aprì il Paese agli investimenti stranieri.
Nel febbraio 2001, José Maria Neves si
configura come Primo Ministro e nel marzo 2001 vinse le elezioni
Pedro Pires, esponente del P.A.I.C.V.
Le successive elezioni presidenziali, quinquennali, sono previste
per febbraio 2006.
Oggi Capoverde è una
Repubblica parlamentare pluripartitica che, grazie al Piano di
Riforme avviato dal primo ministro J. M. Neves, riceve diversi
finanziamenti da più Paesi donatori (Portogallo, Francia
e Paesi Bassi), dalla Banca Mondiale, dall’ECOWAS (Comunità
economica degli stati occidentali dell’Africa) e dalla Banca
per lo sviluppo africano.
Nonostante gli emigranti capoverdiani siano più dei residenti,
l’arcipelago risulta il IV Paese in Africa per quanto riguarda
il sistema sanitario, la qualità di vita e l’istruzione.
La popolazione, meticcia, rispetta i diritti umani e non accoglie
conflitti né etnici né religiosi.
L’economia ancora oggi si basa principalmente sull’estrazione
del sale, sulla pesca, sull’agricoltura, sul turismo e non
per ultimo su ciò che i capoverdiani emigrati all’estero
riescono a rimandare in Patria alle proprie famiglie.
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